La mancata liberazione di Aung San Suu Kyi
Domenica 27 maggio del 2007, a mezzogiorno ora locale di Yangon doveva essere liberata la Leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Vincitrice del premio Nobel per la Pace nel 1991 la Leader della NLD doveva già essere liberata il 27 Maggio dell'anno scorso. La data venne rinviata all'anno successivo, ad oggi.
Cosa sarebbe cambiato? Una domanda per una risposta difficilissima da ottenere. Certo è che il governo non aveva alcuna intenzione di passare il potere in altre mani. In prevenzione di questo la giunta militare, con a capo il generale Than Shwe, ha posto tra i primi punti della nuova costituzione (ancora in fase di scrittura) che in nessun caso può elevarsi alla guida del paese chi è, o è stato, sposato con uno straniero (Aung San Suu Kyi è vedova di Daniel Aris antropologo e cittadino inglese) e chi è stato imprigionato. Il “caso” vuole che la Suu Kyi abbia trasgredito entrambi i punti.
L’ultimo tassista che stamani mi ha condotto alla University Avenue, la strada costruita dagli inglesi durante l’occupazione dove ora si trova la casa/prigione di Aung San Suu Kyi, viveva ancora nell’illusione che la Leader pacifista dopo qualche ora sarebbe stata liberata. Neanche lui, come me, sapeva che già da tre giorni l’intera comunità internazionale era stata avvertita con un breve comunicato da parte della giunta che la scarcerazione sarebbe stata rinviata di altri dodici mesi. Il blocco totale delle reti televisive internazionali e quella parziale di internet rende impossibile qualsiasi tipo di aggiornamento dall’interno.
Il terrore porta la gente a non parlare e quindi a non scambiarsi informazioni. “Non lo so” - è la tipica risposta ad ogni domanda. Lo stesso terrore porta a una reazione nulla ad ogni evento come quello di oggi. Nei pressi della University Avenu non spicca un cartello di “ben tornata” né uno di protesta, non s'intravede un raduno di persone, non un giornalista. L’unica variazione alla norma è il blocco totale di quella via al traffico. Sei soldati con i mitra puntati all’asfalto chiacchierano sulla sponda più trafficata, dall’altra parte i militari sono solo tre. Il governo non sente nemmeno la minaccia di una potenziale insurrezione. La gente sa bene che non sono quei nove soldati armati da temere, bensì le centinaia di spie che ogni giorno si aggirano nelle strade, nelle piazze e nelle sale da tè ad ascoltare e a registrare ogni conversazione. “Registrano tutto e se non gli piace ciò che dici, ti fanno la foto e poi tok tok, nella notte bussano alla porta e ti portano via”- questa la frase di un tassista che semplicemente ripete le confessioni di moltissimi altri. La svolta di oggi sicuramente non avrebbe regalato nessun cambiamento politico al paese ma certamente avrebbe potuto riaccendere quella piccola speranza che ogni cittadino birmano tiene soffocato nell’abissale fondo del cuore per un diritto che qui da troppi anni non esiste più, la libertà.