Emergency
in Cambogia: il Centro Chirurgico Ilaria Alpi sembra quasi pronto al
congedo.
Batambang 12.Feb.07 "La guerra é una cosa triste, ma ancora piú
triste é che ci si fa l'abitudine" scrisse una volta Tiziano Terzani, lo
stesso Terzani che pochi anni dopo ci raccontó la triste e macabra
storia, che lui stesso visse in prima persona, della Cambogia.
Oggi, in questo paese, la guerra, quella cosa orribile che uccide,
ammazza e distrugge, fortunatamente da ormai quasi un decennio non si
mostra piú nella sua forma cruenta e bellica, ma si legge ancora negli
sguardi delle persone e sopratutto si ricorda ad ogni esplosione di una
delle sei milioni di mine rimaste ancora integre e sotterrate ad
attendere, pazienti, che qualcuno le calpesti o che le raccolga. E se
ci sono persone che combattono le guerre ci sono anche quelle che
combattono contro le guerre, persone che quell'abitudine non l'hanno
mai fatta e che, usando le loro stesse parole, hanno scelto di non solo
commuoversi ma, soprattutto, di muoversi. Pedalando con la mia bicicletta
in direzione nord lungo la sterrata e caotica strada statale numero 5
che dal centro di Batambang porta alle periferie, sulla sinistra, in
mezzo all'accampamento disordinato di baracche e palafitte, come
un'oasi bianca e pulita, appare il Centro Chirurgico Ilaria Alpi,
l'ospedale della associazione medici volontari di Emergency. Al cancello
c'é un grande cartello col simbolo di un mitra barrato e la scritta "NoWeapons",
no alle armi.
Il benvenuto mi viene dato da una gentilissima infermiera italiana
e dallo staff di sicurezza, due giovani uomini Khmer con la divisa da
guardia giurata, che sorridendo perquisiscono chiunque entri ed esca (
per evitare, mi viene poi spiegato, che vengano introdotte armi o altri
materiali pericolosi e che vengano rubati ed esportati beni
dell'ospedale). Mi viene chiesto di attendere alcuni minuti perché la
persona che mi avrebbe fatto da "guida" era ancora impegnata. Attendo
dunque in una stanza, quella del caffé, ed a tenermi compagnia, due
simpaticissimi medici italiani li in missione da ormai alcuni mesi.
Barbuti e spiritosi non hanno affatto l'aria di chi si sente superiore
o migliore, besí presentano quella semplicitá ed umiltá che solo un uomo
che ha dedicato la propria vita al prossimo sá mostrare. Tra le righe
capisco che questa "missione", come la chiamano qui e che dura al
massimo sei mesi, é per loro quasi come una villeggiatura. Ormai, mi
dicono, questo centro non é piú un ospedale di guerra, bensí uno che
svolge un lavoro di “ routine”. Mi accorgo infatti dell'atmosfera
rilassata, regna il buon umore e la tranquillitá. Quella parola routine
peró varrebbe solo in un paese come l'Italia, ma qui in Cambogia, il
lavoro svolto da Emergency é estremamente speciale. In un paese dove
ancora la corruzione decide le sorti delle persone, in cui ai pazienti
viene spesso nascosta l'esistenza di un centro di cura completamente
gratuito come lo é l'ospedale Ilaria Alpi, per far andar loro nelle
cliniche private a pagamento spesso mal fornite e con personale
incapace, lo sforzo volontario di questi medici ed infermieri é
egualmente utile e di primaria importanza a quello di chi offre le
proprie cure in guerra. In seguito nella giornata apprendo la storia di
una signora, una loro paziente dimessa pochi giorni fa, che per un
piccolo intervento chirurgico, dovette vendere la sua casa, il suo
pezzo si risaia ed il suo unico bue. Nessuno le aveva detto che a pochi
chilometri da casa sua, da dieci anni, c'era un ospedale in cui, quel
piccolo intervento glielo avrebbero fatto completamente gratuitamente,
lo scoprí troppo tardi, quando quella clinica, per cui aveva sacrificato
ogni suo avere, la lasció in mezzo alla strada senza neppure averla
curata del tutto. La mia chiacchierata con i due medici simpatici viene
interrotta e mi viene "assegnata" una infermiera finlandese, una donna
delicata e gentile, come guida.

Merja Heito, la donna che avrebbe risposto a tutte le mie domande,
conobbe il fondatore di Emergency nel 1992 quando entrambi lavoravano
per la Croce Rossa Internazionale. "Fú allora che Gino Strada mi
espresse il desiderio di voler creare un'organizzazione tutta sua, e
quando nel '94 chiamó alcuni di noi dei suoi vecchi colleghi, tutti in
massa, lasciammo la croce rossa per entrare in Emergency", inizió cosí
ad operare come infermiera volontaria in Kurdistan nel 1995. Mi parla
del Dott. Strada come un uomo unico,attento e generoso e poi lo
definisce "uno dei migliori chirurgi del mondo, in grado di operare
qualsiasi cosa" e concorda con me quando lo inserisco anche tra i piú
grandi autori. Ha scritto
diversi libri, tra cui uno dei piú toccanti ricordo Pappagalli
Verdi.
Iniziammo poi con i dati ed i numeri. Entrambi questi, grazie al
cielo, sono sempre piú incoraggianti e tendenti a diminuire. Le vittime
da mine si sono ridotte dalle 875 del 2005 alle 440 dell'anno scorso,
gran parte delle quali fatte nella provincia di Batambang. La media di
questi tempi va da due a quattro malcapitati alla settimana, uno ogni
due giorni. Nelle scuole ora viene insegnato a riconoscere oggetti
esposivi ed a non raccoglierli, ma spesso i bambini presi dalla foga del
gioco si dimenticano. Le mine sotto terra sono le peggiori perché, mi
spiegava uno dei due medici italiani, oltre all'ovvio danno agli arti
inferiori, la terra polverosa che con l'esplosione viene sparata verso
l'alto, quasi sempre, acceca. Questa spiegazione mi ricorda un passo del
libro del dott. Gino Strada in cui ammette - " I bambini che hanno perso
le gambe, grazie alle protesi, prima o poi ci fanno l'abitudine, quelli
che invece hanno perso gli occhi e che si svegliano nel buio, no!".
Le mine, oggi come lo saranno per sempre in questo paese, sono
impossibili da togliere. Sei milioni é un numero che fá paura a chiunque
e la cosa ancor piú spaventosa é che della locazione di questi
esplosivi, nessuno, come di solito si fá, ne ha tracciato una mappa. La
stagione delle piogge, cioé quando i contadini tornano nei campi a
seminare, é quella in cui la media si alza vertiginosamente. I contadini
infatti, assieme a cani e bufali, sono le vittime preferite di questi
mostruosi e disumani marchingegni.
"Verso quali altre patologie, dunque, é rivolto il vostro impegno?"
chiedo. Traumi, morsi di serpente, ustioni e chiaramente casi chirurgici
acuti. I traumi piú comuni, come chiunque non venga qui in elicottero ma
semplicemente percorrendo una di queste strade potrá immaginare, son
quelli da incidente stradale, ancor piú precisamente da caduta da
motorino. Se nel nostro paese si scontrassero due motorini, ormai con le
nuove leggi in vigore, non potrebbero che esserci al massimo due feriti.
In Cambogia invece il numero potrebbe facilmente salire ad otto, dato
che ogni motociclo qui trasporta, quasi di norma, quattro persone. Con
grande sorpresa apprendo di uno strano e caratteristico modo per
procurarsi traumi l'un l'atro: lotte con spade da samurai e ferite da
frecce lanciate con l'arco.
Cosí pare si risolvano, come alternativa alle usatissime armi da
fuoco, molti dei conflitti "in casa" e seppure il nuovo millennio sia
iniziato da ben sette anni, il popolo Khmer sembra usare spesso questi
antichi metodi medievali per risolvere i problemi.
In questi casi gli interventi vengono complicati dalla mancanza di
placche metalliche con cui sostituire la parte di cranio mozzata via e
dai tentativi di cura fai da te che prima di andare all'ospedale (sempre
perché visto come un posto costoso ed impraticabile), vengono azzardati
in casa.
L'impegno e lo sforzo con cui Emergency ora si sta confrontando é
anche, anzi direi soprattutto, quello di formare nuovi medici. Pol Pot
tra il '75 ed il '79 eliminó dalla faccia del paese, insieme alle
altre classi intellettuali-pensanti della societá Khmer, quella medica,
uccidendo dottori ed infermieri uno ad uno dopo averli torturati per
avere i nomi degli altri, dei colleghi. Ne sopravvissero quattordici,
in una societá che prima contava sei milioni, ridotti in quei quattro
sanguinosi anni, a tre milioni. Vi é un costante training di medici, ed
al momento ci sono 8 studentesse infermiere, ed a luglio prossimo sono
attesi 19 apprendisti fisioterapisti, di cui emergency si accolla le
spese di trasporto, vitto, alloggio e chiaramente quelle per gli studi.
Alla mia curiositá di sapere se erano bravi studenti, é pervenuta una
risposta positiva, “ il problema peró é quello della loro abitudine a
non studiar sui libri ma di imparare tutto con la pratica”- cosa che puó
andar bene per aggiustare macchine forse,
ma non gli uomini, ho pensato. Ogni soldo arriva dalla sede centrale di
Milano e gestito con meticolosa attenzione dal personale internazionale
continuamente impegnato nel limare le spese superflue. Al mio arrivo
la mia infermiera "guida" stava nel mezzo di una trattativa con un
tecnico per cercar di ridurre i costi di internet, si era studiata tutti
gli orari in cui la rete veniva piú utilizzata e da lì ne cercava un
piano tariffario piú consono e meno costoso. Il grande delle spese, mi
spiega Merja, é investito per il mantenimento indispensabile degli
standard elevati, di igiene, di cure e di alimentazione; questi hanno dei
costi impegnativi e le cose superflue bisogna costantemente ritagliarle
dal contesto ed eliminarle. Lo staff é composto da sei membri
internazionali (di cui quattro italiani), che peró variano ogni sei mesi
circa e da 180 locali tra cui medici, infermieri, insegnanti ed
operatori in altri settori. Ognuno di quest' ultimi abita nella propria
casa e, dipendendo dal turno in cui prestano servizio, gli viene offerto
un pasto principale al giorno nella mensa appositamente creata per loro.
Mi parla di altre organizzazioni che spesso utilizzano l'80% dei fondi
in spese amministrative e che spesso queste includono nuove auto
private, computer dell'ultima generazione e, ahimé, stipendi
elevatissimi. La mia infermiera "guida" si ritrova spesso a raccontarmi
dei tempi in Iraq, Afganistan e
Sierra Leone dove lei ha trascorso le
sue passate missioni, e dove i problemi e le patologie, spesso molto piú
gravi, vengono rese ancora piú difficili dalle circostanze ben piú
estreme. La corrente, l'acqua, la mobilitá ed altri beni primari, che
ormai qui in Cambogia sono onnipresenti, in quei paesi dove la guerra é
ancora attiva, vengono molto, troppo spesso a mancare. L'ingegno é
un'arma che ogni operatore volontario deve tenere sempre con se. Mi
raccontó di una volta in Iraq quando, insieme al Dott. Gino Strada,
dovettero ricorrere alle lampadine dei fari dei pullmini Volkswagen,
trovate per pura fortuna, da sostituire con quelle fulminate delle
grandi lampade da sala operatoria "rubate" in un ospedale
abbandonato. Uno dei tanti esempi di riduzione dei costi me lo fa
raccontandomi di come alcune biciclette donate loro qui in Cambogia
verranno ora spedite in Sierra Leone
dove costano da 100 a 150 dollari l'una e le doneranno allo staff
locale che vive lontano dagli ospedali. Facciamo una lunga passeggiata
lungo le bellissime passerelle esterne, costeggiate da un fitto prato
verdissimo da cui spuntano, alti e belli, diversi tipi di alberelli
tropicali, incanalandoci poi nei corridoi interni, dall’aspetto tipico
di qualsiasi ospedale europeo. Passiamo una piccola aula dove vengono
impartite lezioni scolastiche ai bambini ricoverati e me ne viene
indicata un'altra per i pazienti adulti in cui viene insegnato
l'inglese. Per coloro che
invece non possono alzarsi dal letto, ci sono insegnanti che
impartiscono "lezioni" di gioco e di disegno “a domicilio ” o meglio “a
letto”. Passiamo una mensa per i pazienti che godono di capacitá
motorie e per alcuni loro parenti dove vengono offerti loro tre pasti
al giorno. Mi viene da ribadire ancora alla mia “guida” sulla bellezza
estetica, pulizia e sull’ aria da oasi felice con cui il centro si
presenta. "É una cosa a cui il dott. Strada tiene molto". Come molti
medici di terapie orientali anche il fondatore di Emergency sostiene che
un aspetto caldo ed accogliente aiuti i pazienti psicologicamente, e
nello specifico di questo ospedale, perché per ragioni di igiene, i
parenti, a parte i casi di ciechi, paralizzati e bambini, non sono
ammessi. Mi parla di Kabul e di come
lí ci sono addirittura dei roseti. Camminando ci fermiamo di
fronte ad
un piccolo edificio in legno. Questo é "l’ostello". Viene chiamato cosí
perché ospita i pazienti che arrivano in anticipo e che dunque devono
attendere,per qualche giorno, la data dell'operazione. Appaiono bambini,
dolci e sorridenti, spesso abbracciati alle mamme che, tutte, portano
stampate sul viso un'espressione involontaria di gratitudine.
Addirittura un ragazzo con evidenti ustioni alle gambe ed in sedia a
rotelle che era stato dimesso da sabato scorso ( oggi é martedí ),con
gran sorpresa di Merja, era ancora li. "Qui si mangia troppo bene,
fatemi stare un altro po' " – ripeteva.
Nella sala da pronto soccorso, perfettamente allineata con un
viottolo
che conduce al cancello d'entrata per le ambulanze, trovo tre pazienti e
quattro medici (Khmer). Il sangue donato viene tenuto, dopo aver subito
gli stessi controlli che subirebbe in qualsiasi paese sviluppato, in uno
stanzone ben controllato e sterile lì accanto.
La sala dove la macchina a raggi X fotografa le interiora piú profonde
delle persone, mi dice l'infermiera, é protetta dalle stesse misure di
sicurezza anti radiazioni che un normale ospedale europeo presenta.

Entrati nella farmacia si aprono di fronte me alcune file lunghissime
di scaffali riempiti di scatole di medicinali di ogni genere. Qui imparo
un'altra macabra notizia, una di quelle che fa sorgere spontanea la
domanda "perché ?". Emergency come le migliaia di altre istituzioni
mediche intente a curare nei paesi del terzo mondo, devono affrontare
un ennesimo “contrattempo”,cioé quello di imbattersi in venditori di
medicinali falsi! Vi sono persone in questo mondo che fabbricano pillole
in cui al posto del principio attivo mettono lo zucchero e spacciano
cosí in confezioni identiche a quelli veri, medicinali falsi.
Entriamo poi, quasi in punta di piedi, in quella che
forse é la sala piú sensibile e
toccante, dove le speranze per la vita duellano duramente con la morte
pronta all' agguato, il reparto di terapia intensiva. Con gran sollievo,
peró, vedo che solo tre letti su nove sono occupati e che tutti e tre
gli occupanti hanno gli occhi aperti e... sorridono! Chiudendo la porta
della sala intensiva, questa a fine corsa scricchiola rumorosamente.
"Ah! Devo dire al reparto di manutenzione di dargli un'occhiata" ebbene
si, nell’ospedale Ilaria Alpi, qui in Cambogia, vi é anche un reparto di
manutenzione. Molti tra coloro
che offrono servizio qui, dai cuochi agli addetti alle
pulizie, dalle guardie agli addetti alla manutenzione, mi viene
spiegato, sono ex pazienti mutilati che ora, grazie ad Emergency, oltre
a trovarsi una protesi che gli sostituisce l'arto, si ritrovano un
lavoro, ed anche pagato dignitosamente. Persino lenzuola e pigiami
vengono cuciti "in casa", procurata la stoffa a costi bassissimi, degli
addetti sarti, anch' essi mutilati, cuciono tutto su misura a seconda
delle varie necessitá: una gamba destra ingessata, ad esempio, dovrá
avere il pantaloncino corto su quella ed un lato lungo per la sinistra.
Passiamo velocemente tre stanzoni. “Queste sono le sale dove teniamo i
ricoverati”- in ognuna vi sono
almeno quattro file di letti, di cui 25 in quella per le donne ed i
bambini, 45 in quella per gli uomini e 26 nella terza, che e' mista.
.
Una palestra assai spartana, situata poco piú avanti, funge da reparto
di fisioterapia.
Merja mi chiede di notare utilizzando olfatto, vista ed udito che in
ogni angolo dell'ospedale non vi siano odori sgradevoli, sporcizia ne
rumori fastidiosi. É verissimo, mi spiega poi i rigidi metodi di pulizia
con cui una volta alla settimana disinfettano ogni singolo centimetro
del centro. La doccia per ogni paziente che dal momento che entra, per
ogni giorno di convalescenza fino a quello che esce, é obbligatoria
e lo é persino per i parenti
che soggiornano qui per assistere i propri cari immobilizzati.
Le urla di una ragazza mi vanno dall'orecchio dritto allo stomaco, " é
appena uscita dalla sala operatoria" mi tranquillizza la mia infermiera
e come chiunque che si risvegli da un intervento chirurgico ovviamente
non puó che mostrare il dolore provato.
Vediamo parcheggiata fuori l'unica ambulanza che il centro possiede.
Questa opera nel raggio di 20 chilometri al di fuori dei quali Emergency
ha realizzato cinque centri di primo soccorso nel distretto di Samlot,
zona coperta da foreste e molto minata, dove i pazienti dei villaggi
lontani, vengono accolti, stabilizzati e poi trasportati a questo
centro, chiamato, madre.
Per chi volesse saperne di piú sul bellissimo lavoro che Emergency sta
svolgendo in Cambogia potrá acquistare un cofanetto,uscito da appena un
mese in tutte le librerie, composto da un libro piú un DVD, pubblicato
dalla Fandango chiamato “Okunchiran” (grazie mille in lingua Khmer),
mostrando immagini e racconti di questo posto.
La pace duraturaormai stabilitasi in questo paese ed il funzionamento
ormai "standardizzato" e di "routine" del CentroChirurgico Ilaria Alpi
mi fanno pensare che presto Emergency potrá affrontare il prossimo ed
ultimo passo verso la conclusione della missione che lei stessa si
prefigge in ogni paese: passare il proprio lavoro alle mani del governo.
Con un forte controllo iniziale ed una enorme speranza, si cercherá di
prevenire questi dall'introdurre anche in questa oasi bianca il loro
sistema spesso basato sulla corruzione, permettendo cosi' a tutto lo
staff, eroico, di Emergency ad andare avanti a cercare nuovi paesi,
nuovi fronti dove operare ed aiutare, senza il pensiero di aver lasciato
in mani sbagliate questo glorioso ospedale quale il Centro Chirurgico
Ilaria Alpi é .
G. M.
Vittime mutilate da mine
nella regione di Siem Reap.



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