Vagabond Reporters International

 

Birmania, Tesori e Cicatrici

 

 

Rangoon, maggio 2007. La Birmania è forse l’ultimo paradiso esotico e sconosciuto rimasto. Intoccato dal progresso e tuttora risparmiato dalla rovina del turismo questo paese regala ancora oggi ai ricercatori del remoto e dell’antico la possibilità di approdare su terre vergini tutte da esplorare. Passare dal caotico, putrido aspetto della capitale Yangon che ancora porta le vesti sbiadite di un’architettura coloniale, ai paesaggi incantati della pianura di Bagan è un sollievo per l’occhio ma soprattutto per l’anima. Inghiottiti da prati verdissimi ed alberi infuocati dal rosso dei fiori, le migliaia, anzi le centinaia di migliaia di pagode spiccano dal terreno come piccole colline; ognuna con la sua forma, ognuna con il suo colore, ognuna con il suo splendore. All’interno di ogni tempio regnano pacifiche le millenarie statue in pietra di Buddha che con lo sguardo fisso nel vuoto e le tuniche di seta o di stoffa di loto che gli coprono la spalla destra, offrono sorrisi fatati ed ispiratori. Perdersi, con corpo e spirito, tra le vaste praterie punteggiate da questi monumenti dedicati semplicemente alla pace interiore, non lascia indifferenti ne permette di ripartire senza provare un profondo senso  di appartenenza ad un qualcosa di superiore che supera la semplice forma fisica.

 

 Da Bagan, proseguendo ad est del fiume Irrawaddy, dopo otto ore di saltellante viaggio in pullman dalla vista spettacolare godibile dal finestrone  si arriva al Lago Inle. Escursioni in lunghe canoe scavate nel tronco di un albero spinte da un vibrante motore a diesel offrono la possibilità di scovare remoti villaggi galleggianti, in cui gli abitanti per spostarsi devono remare da una parte all’altra. Si scivola via lungo gli stretti canali irrigatori che tagliano le immense risaie verde smeraldo fino ad arrivare alle coltivazioni, anche loro galleggianti, di fiori di loto. Anche qui le Pagode non mancano ed i monaci dalle tuniche rosse che passeggiano in gruppi sempre sotto l’ombra di un ombrello, completano il paesaggio. Mandalay, la seconda metropoli birmana, non offre particolari bellezze in se, ma basta uscire di qualche chilometro ed ecco che ci si ritrova, ancora una volta, immersi nel passato. A bordo di un calesse trainato da un solo cavallo, unico mezzo presente a parte qualche motorino, si trotterella lungo i viali di fanghiglia che collegano le Ancient Cities, le città antiche. Splenditi monumenti, immersi nel verde e nel silenzio, inseriti nel contesto in cui si trovano, dove le persone si recano qui e li a piedi, in cui le donne qualsiasi cosa trasportino lo facciano tenendola in bilico sulla testa, dove le abitazioni sono fatte di legno ed i tetti di foglie ed i buoi prendono il posto delle moderne macchine di lavoro, fanno davvero svanire nel nulla i nostri concetti del tempo. Senza troppa fantasia uno potrebbe benissimo immaginarsi di essere tornato al medioevo o semplicemente ad un era senza data.

Si la Birmania è tutto questo e molto di più. Da quasi quindici anni le sue frontiere hanno aperto i cancelli ed oggi  tra i primati dei visitatori ci sono … i nostri connazionali. Dall’Italia, arrivare in Birmania, è semplice. Per gli avventurieri fai da te ci sono voli di linea che da Roma e Milano portano, dopo un breve scalo a Doha, diretti a Yangon. Per gli amanti dei tour in gruppo basta entrare in una qualsiasi agenzia di viaggio e sfogliare uno dei tanti cataloghi in tema, ogni lunedì vi è anche un volo charter diretto da Malpensa. Ma che si vada zaino in spalla o seduti alla decima fila di un pullman ad aria condizionata è importante entrare nel paese bene informati e conoscere la storia che fino ad oggi ha portato ogni abitante a tanta sofferenza. Il rischio per il turista di commettere errori è alto e l’ingenuità potrebbe davvero essere dannosa. L’aspetto puro, naturale, genuino ed intoccato dal progresso purtroppo non è casuale ed il prezzo pagato per tale nomina fu ed è ancora davvero caro. Negli ultimi quarant’anni oppressioni, stragi, torture, ingiustizie, spargimenti di sangue e  violenze di ogni genere hanno martoriato centinaia di migliaia di birmani riempiendo le pagine dei lunghissimi rapporti di Amnesty International, delle Nazioni Unite e della Human Right Wach (Associazione per i diritti umani).  Il responsabile? Il governo. Un susseguirsi di governi militari, che dal 1962 si razziano il potere a vicenda  a furia di colpi di stato, hanno finora guidato il paese tenendolo schiacciato sotto un pesantissimo “scarpone da soldato” . L’ultimo,  attualmente in vigore, è a capo del paese dal settembre del 1988. La sua entrata in scena fu spettacolare. In quello stesso mese di quello stesso anno centinaia di migliaia persone scesero in piazza e lungo i viali di Rangoon. La protesta fu spontanea e le richieste erano di pace e democrazia. La rivolta fu soffocata nel sangue con oltre 4.000 morti. In quell’occasione i soldati spararono sulla folla dalle terrazze dei palazzi. Da quel giorno il terrore entrò nell’anima di ogni birmano e ancora oggi alloggia in ogni casa, capanna o baracca che sia.

Nel 1990 pareva che il pugno di ferro si fosse allentato data la sorprendente disponibilità da parte della giunta che permise una libera elezione democratica. Vinse, anzi stravinse, la NLD (Lega Nazionale per la Democrazia) battendo dunque la giunta. I militari non riconobbero mai quelle elezioni e continuarono a governare il paese, che a questo punto chiamarono Myanmar, con terrore, massacrando chiunque lo obbiettasse. I dissidenti politici tutt’ora vengono arrestati, torturati e spesso uccisi.

Anche i monaci divennero presto nemici. Con un azione di boicottaggio portarono così avanti un tentativo di protesta. Nei paesi buddisti ogni famiglia allo spuntar del sole riceve, sulla porta di casa, la visita dei religiosi venuti per la collezione delle offerte. Questa visita è per ogni buddista di vitale importanza e di ottimo auspicio. Nel tentativo di cambiare le cose i monaci boicottarono le famiglie dei soldati evitando il loro ricevimento. Tale “sciagura” creò grandi scompigli all’interno dei nuclei familiari dei militari e per del tempo sembrava che la protesta stesse funzionando. Così però non fu. Giocando ancora la carta della violenza  con lo slogan “ripuliamo la religione dalla politica” i militari entrarono nei monasteri picchiando ed uccidendo ed infine costringendo a smonacarsi migliaia di bonzi.

Neanche la magica cittadina di Bagan fu risparmiata da atroci ingiustizie. Ai turisti non viene raccontato ed i proprietari alberghieri si guardano bene dal farlo sapere. Fino al 1990 a Bagan, tra quelle mille pagode, si ergevano le migliaia di capanne di quel popolo che da millenni custodiva il magico segreto di questa antica capitale. Si dissetavano dal fiume che serpenteggia  tra i templi, coltivavano i verdi campi che inghiottivano questi monumenti e ciascuna famiglia si occupava della cura di ogni statua del Buddha che giorno dopo giorno siede da migliaia di anni a gambe incrociate sotto l’ombra di quei coni estesi verso il cielo. L’odore di incenso era  onnipresente, il mantenimento delle pagode era genuino e l’atmosfera vivente.

1990 (anno in cui il Myanmar prende questo nome e apre le frontiere al turismo) la giunta decide che Bagan deve diventare zona archeologica. I militari avvertono la popolazione dando loro un preavviso di cinque giorni per spostarsi a sud dove, con grande “benevolenza”, il governo aveva messo su qualche baracca ad accoglierli. Le ruspe esattamente alla scadenza dei cinque giorni distrussero ogni abitazione. La protesta era equivalente all’arresto.

2007, sulla mappa che viene consegnata ai turisti appaiono ora, ben distinte, una Bagan Vecchia ed una Bagan Nuova . La prima è quella archeologica, quella da visitare, la seconda quella urbana, quella dove diciassette anni prima il governo ha spostato l’intera popolazione. Nella Bagan Vecchia spuntano ancora le Pagode, bianche, d’orate, rosse, incantevoli, ma accanto a loro, spesso, troppo spesso, erge anche un lussuoso albergo. Gli orti son diventati semplici praterie ed una rete di strade di cemento collega i vari siti più importanti. Nessuno più accende gli incensi ed i monumenti appaiono molto più freddi. Cartelli in inglese e frotte  di venditori di souvenir occupano l’entrata ad ogni tempio. Per i turisti, che qui arrivano in massa, c’è una vasta scelta di mezzi per gironzolare tra le pagode. Bici, calesse, taxi o pullman.

Nella Bagan Nuova invece si soffre. Gli abitanti ancora, tacitamente, si lamentano. Quando possono raccontano la loro storia a qualche turista disinteressato. “Le pagode per noi rappresentano la vita. Il nostro tempo era scandito dal suono dei loro campanelli che tintinnano al vento. Ora siamo troppo lontani”. Le donne non ce la fanno ad andare ogni giorno all’alba a fare le offerte di frutta, ad accendere i primi incensi ed a rivestire con le stoffe le antiche statue.  Gli uomini non hanno i mezzi per recarsi ad offrire le visite giornaliere ai loro protettori. La loro vita è stata estirpata da un’antichissima tradizione.  E per aggiungere anche la beffa, nella Bagan Nuova, non vi è ne acqua, ne elettricità ne spazio per la coltivazione. I contadini sono ora costretti a supplicare i turisti per denaro. Talvolta vendendo statuine, cartoline, cappellini di paglia, ed altri inutili oggetti, talvolta semplicemente allungando la mano aperta. Negli alberghi che spesso spuntano a soli pochi metri dalle loro baracche l’acqua scorre a volontà dai rubinetti e l’elettricità, che alimenta i condizionatori d'aria per i turisti, illumina, quasi a sfregio, le insegne tutta la notte.

Incontro un uomo gentilissimo. La sua storia tristissima. Ha una moglie ed un figlio di dieci anni. Mi racconta di quei terribili giorni di diciassette anni fa e poi mi confessa che non è finita. Lui fu uno dei pochi fortunati che poté mantenere un piccolo spazio di terra nella vecchia Bagan. Su quello spazietto ci aveva costruito, in legno e bamboo, un ristorantino. Pochi tavoli ed un fornelletto a gas per anni sono stati il sostentamento di questa famiglia così deliziosa. Come la sua altre quattro famiglie, messe in fila indiana accanto al suo, hanno avuto il privilegio di avere un piccolo ristorante. Il locale era il loro vitto ed il loro alloggio. Il bimbo poteva permettersi di andare a scuola e la famiglia, tutto sommato, viveva una vita decente. Ma appena un cittadino birmano si dimentica della potenza schiacciante del governo ecco che lui, come una bestia affamata, si presenta per ricordare quanto insignificante la vita di ogni povero, per lui, è.

Le ruspe si presentarono alla porta, solo qualche giorno fa, accompagnate da un gruppo di poliziotti. “Togliti, dobbiamo rimuovere questa baracca” -  furono le uniche spiegazioni.  L’uomo ora, nel raccontarmi, piange. Non vuole aiuto ne compassione. Non cerca giustizia ne vendetta. Egli desidera solo riavere la sua vita e la possibilità di crescere, in pace, la sua famiglia.

 

 

Ad avere la peggio però sono le tribù che da secoli coltivano le colline lungo i confini con Tailandia e Laos. I loro villaggi vengono usati dal governo come supermercati gratuiti da cui attingere per qualsiasi risorsa di cibo. Costretti ai lavori forzati, i contadini vengono malnutriti, malmenati ed iper-sfruttati, i loro campi svuotati, le loro donne stuprate ed i loro figli portati via ed usati come portatori o apripiste. I primi vengono costretti a portare in spalla le casse pesantissime cariche di cibo e munizioni per i soldati durante le lunghe marce nella foresta. Non vengono nutriti ne curati e quando, inevitabilmente, muoiono vengono lasciati a marcire ovunque siano caduti. I secondi invece, ancora più macabramente, sono costretti da una pistola puntata alla testa a camminare nei campi con lo scopo di sminarli. Come? Saltando in aria quando ne calpestano una.

Per anni andare in Birmania a scopo turistico fu una questione che sollevò molti dibattiti. La campagna di boicottaggio al turismo avanzata dalla Lega Nazionale per la Democrazia  portata avanti dalle ONG e dalle editorie delle principali guide turistiche sta negli ultimi tempi prendendo una piega sempre meno rigida. La NLD stessa ora consiglia di andare ….. ma di andare facendo attenzione a dove si spendono i soldi e soprattutto con lo scopo di denunciare tutto ciò che appare, dietro il finto teatrino issato per i turisti, crudele e disumano. Molti Tour Operator  da qualche tempo, con i loro lussuosi villaggi e con le loro crociere “a cinque stelle” , riempiono le tasche del governo sapendo molto bene che presto “quei soldi diventeranno sporchi di sangue” - come mi dice un cittadino birmano. 

Ogni paese con la sua storia e la sua particolarità offre al viaggiatore i suoi tesori e le sue cicatrici. La Birmania è segnata da una maledizione che fino ad oggi ha mantenuto integri i tesori ma che ha anche inflitto profondissime cicatrici. L’aiuto per gli abitanti di questo paese potrà arrivare soltanto da una direzione, l’Occidente. Solo i governi e le ONG mondiali potranno convincere la giunta militare a deporre le armi ed a rimettere in piedi un sistema democratico. Il turismo può sostenere questa causa, l’importante è non andare con i paraocchi, esser li consapevoli e tornare con qualcosa che vada al di la del mero ricordo.

G. M.