di Gianrigo Marletta

Sdraiati a terra si dorme scomodi, ma almeno si dorme. Accucciato sul pavimento per qualche ora sono riuscito a prendere qualche minuto di sonno. Dall’altro capo del battello, superata la barriera umana, c’è un piccolo e sporco chiosco che serve anche il caffè, indispensabile. Alla prua, in una cabina, siedono sei monaci ed un piccolo gruppo di persone benvestite. Far sedere i monaci davanti è di buon auspicio e un’assicurazione di buona sorte per un viaggio lungo come questo. Ora sono seduto anche io nella cabina con loro. Mangiano. Uno ha infilati nelle orecchie degli auricolari collegati a non so cosa nascosto sotto i veli color ocra, forse un lettore mp3. Le rive, da entrambi i lati, sono piatte. Verdi, fangose e piatte. Non un palo, non un palazzo, non una fabbrica, non un porto. Solo qualche capanna di legno e tantissimi coni dorati degli Stupa (simbolo buddhista che serve a contenere le reliquie di qualche santo) rompono la tranquilla monotonia della sublime vista che di fronte agli occhi di tutte queste persone scorre. Ore a scivolare lungo il letto dell’Irrawaddy e non un simbolo del progresso, non una sua invenzione, non una sua rumorosa macchina. Solo natura. È ovvio che anche lungo le rive del Rio delle Amazzoni non si incontreranno segni di modernità, ma nemmeno ci si imbatte nella presenza umana. Gli uomini qui ci sono, e come! Eppure la loro presenza appena si nota e certamente non stona col paesaggio.

Un viaggio nel tempo senza tempo. Ad ogni fermata del battello vengono estratte due tavole di legno e collegate con la terra ferma. Ogni fermata, un paesaggio diverso. Un villaggio con le capanne di paglia e bambù, una spiaggia deserta, una riva rocciosa, una prateria, una risaia.  Ma in tutte un’orda umana ad attendere. Ceste piene di manghi in bilico sul capo delle donne, caschi di banane appoggiate direttamente sulla testa delle ragazze, giovani ad aiutare chi sale e chi scende, chi carica e chi scarica. Su e giù per le tavole di legno, un via vai continuo di persone. Ad attendere gli approdati non i taxi né gli autorikshò, non autobus né furgoncini, ma carri di legno trainati da una coppia di eleganti buoi dalla gobba gigante. Su ogni carro vengono montati barili, biciclette, casse, scatoloni, pacchi e persone. Un vociare assordante, chissà cosa dicono. In quel quarto d’ora in cui la barca si ferma nel loro villaggio passa l’intero impegno di tutta la giornata. È l’evento attorno al quale ruota gran parte della loro vita. Un evento che capita solo la Domenica e il Mercoledì, in cui arrivano i beni dalla città ed i clienti a cui vendere i propri prodotti. Uno scambio vitale, un quarto d’ora che decide la sorte dei giorni a venire, uno spazio di tempo che interrompe una monotonia fatta di semplicità e di equilibrio naturale. 

I giovani intenti nel lavoro, in quei quindici minuti ridono, giocano, si spingono l’un l’altro nel fiume dando prova di chi è il più forte, pavoneggiano con le signorine che osservano dalla barca. Le donne, invece, in fila indiana salgono sul battello, sorridenti, sperando di vendere almeno uno dei coloratissimi manghi e di guadagnare quei 100 Kyat, otto centesimi di dollaro, che potranno scambiare nel loro villaggio con qualcosa di diverso, che il loro giardino non produce.

Prima di ogni fermata l’urlo acuto del claxon annuncia l’arrivo del battello. Il villaggio si prepara. A bordo tutto è calmo. Le persone avvolte nei longy rimangono accucciate a terra. Mangiare è il più grande passatempo e quando il momento arriva le donne tirano fuori dalle loro borse di paglia i tegamini d’acciaio contenenti riso, verdure e qualche salsa. Le bustine di plastica una volta svuotate dal loro contenuto vengono gettate spensieratamente nel fiume. Un gesto comunissimo, che a me fa venire i brividi.

A fare il tragitto inverso invece, dicono, ci vogliono due giorni. Due giorni per fare duecento chilometri. Dov’è lo spazio per la fretta quando le cose stanno così? Come fanno a nascere sensazioni tipo ansia e stress quando tutto scorre a questi ritmi? Lo sguardo di tutti quelli seduti su questa barca è rivolto all’orizzonte. Un orizzonte fatto di praterie, di animali, di risaie, di alberi, di simboli dedicati al Buddha, di verde, di natura, di pace.

Una rossa, intensa palla di fuoco si sta rapidamente nascondendo dietro la sagoma dei nuvoloni in lontananza regalando uno spettacolo immenso. Il vaporetto ancora continua a trascinarsi verso sud sfidando ora il caldo vento proveniente da ovest.  Ancora, dopo tutte queste ore, non una città, non una centrale, non un motoscafo moderno. Solo alberi, colline verdi e canoe di legno.

Poco fa, ad una delle fermate, è salito un gruppo di donne con le braccia piene di coloratissime coperte da vendere. In cambio non chiedevano solo soldi. Il prezzo della coperta diminuiva se i turisti, i pochi a bordo del battello, avevano qualcosa di occidentale da scambiare. Profumi, T-shirt, scarpe, jeans. Con incredibile insistenza ambivano ai prodotti della modernità più che alla loro stessa moneta. La gioia nella faccia di un gruppetto di turiste bionde, nel tirar fuori dal loro zainone, magliettine sportive, aderenti e scollate… la fierezza con cui sfoggiavano i loro tesori del progresso, quasi come missionarie in aiuto, davvero mi ha sconvolto. Che bel modo rapido e facile di distruggere l’identità di un popolo!

La bramosia di queste donne accostata a quell’atteggiamento missionario delle turiste io la trovo una miscela esplosiva perfetta per far saltare in aria una cultura così antica e compatta.

Come possono queste donne, proprio loro con quei veli colorati, gioielli intarsiati, trucchi delicati, che hanno ispirato generazioni di stilisti e di mode in tutto il mondo, desiderare con tanto ardore la robaccia sintetica del nostro mondo? Loro che, con quei colli lunghi attorcigliati da anelli d’oro, con i trucchi fatti di sandalo e d’argilla, con i profumi estratti da un naturalissimo pestaggio e drenaggio di fiori ed erbe da loro stesse raccolte, rappresentano l’essenza della femminilità. E le turiste, come fanno a non vedere la dipendenza la quale stanno costringendo queste signore smarrite, accecate da un qualcosa di nuovo, di lontano, di cui però non conoscono la provenienza?!

“American, American?”- domandano.

Gli occhi si illuminano sui loro visi delicati nella speranza che tutto sia americano.

Sì, American sono le magliettine Adidas cucite in Cina dalle manine dei bambini, dalla Cina che arma e finanzia il governo che massacrò i loro padri e che tutt’ora uccide i loro mariti. "American, American!”


 
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