Vagabond Reporters International

 MAE LAE, Fuggiti dal Terrore 

Mae Sot (Thailandia) 17.03.07: Ottenuto un permesso, invisibile, costato 500 Bath (10 euro) da alcune autorità, invisibili, sono riuscito ad infiltrarmi nel campo Mae Lae a 50 chilometri da Mae Sot, città di confine. A Mae Lae vivono al momento più di 50.000 rifugiati della tribù Karen. Con meno di 24 ore a disposizione ed un limitatissimo permesso di mobilità all'interno del villaggio ho potuto constatare quanto segue:

 le testimonianze sono atroci. I lunghi giorni di cammino tra la cruda foresta e le zone altamente minate, col continuo terrore di imbattersi in qualche pattuglia dell' SPDC  (State Peace and Development Council), i soldati del governo, sembrano di poco conto se accostate alle orribili esperienze che ognuno di questi profughi ha dovuto sopportare prima di arrivare qui. I racconti più comuni sono quelli di stupri e torture.

"Quando arriva l'esercito nei villaggi, gli uomini vengono trascinati fuori dalle case, presi a calci e pugni e le donne portate via". Portate dove? In mezzo alla foresta, a qualche chilometro dal villaggio, ad essere stuprate spesso da un intero plotone. Naw Moo Moo, una ragazza di vent'anni, è una dei 4000 casi riportati in un rapporto pubblicato nel febbraio scorso dalla KWO (Karen Women's Organisation). Naw Moo Moo fu stuprata ripetutamente da quattro soldati della 246° divisione e poi uccisa con un colpo di pistola nella vagina. 

 Il fenomeno dei "portatori" e degli "apri pista" è sempre più frequente. Uomini e donne costretti, senza mai essere nutriti, a portare in spalla le pesantissime casse di cibo e munizioni per l'esercito o ancor peggio a camminare qualche metro davanti ai militari pronti a saltare in aria in caso calpestassero una mina. La storia di una donna che ha avuto per ben cinque volte aborti spontanei, costretta a continui lavori forzati, mal nutrita e perennemente malata,  è  altrettanto comunissima.

Le persone qui sono tantissime ma rimangono sempre le poche fortunate ad aver raggiunto questo campo. Ognuno ha una, due, dieci storie disumane da raccontare e moltiplicarle per quel numero che supera i 50.000 fa davvero paura.

All’interno del campo tutto sommato si notano tantissimi sorrisi, calore familiare e grande solidarietà. Dalla prima ondata del 1995 a quella di quest'anno causata dall' ultima offensiva da parte del governo, i Karen hanno ricreato qui, sul lato orientale del monte che li divide dal loro territorio, un villaggio, seppure affollatissimo, identico a quelli in cui hanno sempre vissuto ed ora dati al fuoco dall' esercito.

Capanne e palafitte di legno e bamboo dai tetti fatti di foglie secche fanno da abitazioni, negozi, parrucchieri, templi, chiese ed infermerie. Non vi è la minima presenza di cemento e l'elettricità, rarissima, è nei pochi casi alimentata da generatori a benzina.

Una cosa però manca quasi del tutto, la cosa su cui ogni uomo e donna Karen ha da sempre contato. La coltivazione. Non vi sono che sporadici orticelli di pochi centimetri quadrati che più per il sostentamento di una famiglia sembrano tristi monumenti dedicati a ciò che, per millenni, è stata l’attività principale di un intero popolo. Non potendo più coltivare, ogni famiglia deve arrangiarsi per sfamarsi. Le Organizzazioni Non Governative, numerosissime in questa zona, con i loro aiuti sono pressoché  l’unica salvezza per queste persone. Nessuno può varcare i cancelli di filo spinato che costeggiano l’intero campo. I tanti giovani che, nel tentativo di raggiungere le città più vicine in cerca di un lavoro, vengono presi sono rispediti nelle mani dei loro carnefici in Myanmar.

 Il campo e' suddiviso in tre settori: A, B e C, dai confini invisibili e disposto su circa tre chilometri lungo la strada statale 105 che costeggia parte del confine Thailandia/Birmania. Scopro che anche qui non mancano le suddivisioni in fazioni religiose. I cattolici, che prevalgono di numero, sembrano essere molto osservanti. La domenica si radunano a centinaia nelle cinque chiese sparse nel campo. Tre messe al giorno con tanto di canti corali e piccole pianole che fungono da organo, permettono ai fedeli di portar a termine i loro doveri da cristiani. "Che Dio ti benedica"  è la frase che conclude ogni conversazione.

In cima al picco più alto della lunga montagna, invece, spunta uno Stupa buddista. Subito sotto, in una caverna, abitano tre monaci che, sereni e meditativi, vegliano continuamente sull’intero villaggio. Anche i musulmani hanno la loro comunità ed una moschea dove pregare.

"Non sempre però vi è pace tra i gruppi religiosi" mi spiega Luka, padre del reverendo Arther. Ogni anno si verificano piccoli tumulti tra fazioni che finiscono solitamente con qualche ferita da coltello.

Togliendo comunque i piccoli disturbi dovuti sicuramente dalla sovrappopolazione e dunque ad un continuo contatto troppo intimo e forzato, io percepisco molta serenità.  I bambini, le loro madri, i loro padri ed i loro nonni tutti sembrano avere un costante sorriso. Incuriositi dalla presenza di un uomo bianco, forse il primo che hanno mai visto, venivo seguito da gruppetti di curiosi pronti a ridere ad ogni mio movimento ed espressione. La loro vita seppur povera e semplice sembra alimentata da un grandissimo senso di comunità. Nessuno si sente solo e seppure il desiderio di "tornare a casa" sia fortissimo la determinazione ed il senso di appartenenza ad una delle tribù più antiche del mondo sono fortemente radicati nello spirito di ognuna di queste persone e questo forse un giorno aiuterà loro a ritornare nei loro villaggi, a lavorare in pace i loro campi ed a continuare a chiamarsi con fierezza: "Tribù dei Karen".

Il governo del Myanmar, un sanguinario e violento governo militare, dal 1962 ad oggi continua con un crudele pugno di ferro a torturare ed uccidere chiunque lo obbietti.

 La Cina, che da sempre ha appoggiato questo regime, non è più come prima l'unica fonte economica a riempire le tasche alle forze militari birmane. Al petrolio ed alla massiccia esportazione di tek e pietre preziose si è aggiunto da qualche tempo un nuovo fenomeno che ormai gonfiano il monopolio economico dell'esercito: il turismo. I Tour Operator stanno costruendo lussuosi alberghi e villaggi per i turisti "a cinque stelle" sponsorizzando così uno dei genocidi più atroci e palesi della storia. Il governo a Yangoon ha creato un falso teatrino per i nuovi visitatori, costringendo gli abitanti della capitale ai lavori forzati per "riabbellire" i quartieri.  I soldi che ogni turista deposita nelle casse del governo vanno dritti nella costruzione di mine antiuomo ed altre armi belliche. Questo flusso turistico andrebbe fermato o almeno obbiettato, l'informazione andrebbe divulgata ed una nuova coscienza presa.

 

G. M.