oman, la storia di salah
Grazie a vecchie conoscenze lavorative decollo da Dubai seduto al posto solitamente occupato dal terzo pilota, in cabina di pilotaggio. Volo Swiss 242. Destinazione Muscat.
Capitale ai più sconosciuta di uno di quei paesi di cui difficilmente si parla e che metterebbe in crisi la maggior parte della gente cercando di trovargli una collocazione geografica. L’Oman. Nome suggestivo per questo lembo di terra nel corno estremo della penisola arabica. Anche se mi immagino come l’unico occidentale a metterci piede, già circa 400 anni fa i portoghesi ne fecero una base strategica per controllare il commercio che, passando per acque del golfo persico, faceva rotta verso l’ Europa. Ma forse all’epoca c’erano veramente più stranieri provenienti dalla “nostra” parte di mondo che oggi…
…arrivo a Muscat con la solita pelle d’oca che accompagna ogni prima folata d’aria che accarezza la mie braccia e sale su, fino alle narici, profumando ed inebriando i sensi. Le prime luci addolciscono l’entrata in scena di un genovese perso nella voglia di capire cosa ci sia aldilà dei confini che ci siamo creati, confini che si trovano oggi tutt’intorno alla nostra cieca società.
Non sono venuto solo in Oman. Mi accompagna il caro compagno Michael. Ma non è di noi che voglio parlare. Le nostre sono forse storie interessanti, ma non da raccontare ne qui ne oggi. Non aggiungo altro, solo che ci sono io e c’è Michael. E poi c’è il destino, quello che ci porterà in uno dei ristoranti più solitari e desolati in cui abbia mai mangiato. Dal nome anonimo ,come tanti altri se ne trovano.
Questo potrebbe essere l’interessante resoconto di un’affascinante viaggio in una terra quasi dimenticata, tra le sue meraviglie naturali e sempre condita da innumerevoli esperienze umane. Ma tra tutte le cose successe in quel lontano paese una ha segnato profondamente il mio viaggio. L’incontro con un uomo. Un uomo semplicemente affascinante. Un uomo di nome Salah.
E da qui la storia non è più totalmente mia. E’ la storia di un incontro tra due persone. Tra due culture, tra due mondi. Da qui in poi è la storia di quello che potrebbe essere un uomo qualsiasi, nato e cresciuto nel sultanato dell’Oman. E’ la storia di Salah. O meglio, la storia di come Salah è apparso nelle calde e lente giornate dei nostri giorni omanidi…
Gennaio è piacevole. Il sole splende alto in un cielo terso che solo di rado viene attraversato da leggeri banchi di nuvole, che dal nulla appaiono e nello stesso nulla, silenziose, ritornano. L’odore del mercato del pesce di Mutrah si innalza intenso già nelle prime ore del mattino, ed il caos che lo accompagna non lascia troppo tempo per riposare dopo l’arrivo durante la notte anteriore…
Sarebbe impensabile camminare da Mutrah a Muscat città in un qualsiasi altro momento dell’anno. Il caldo ucciderebbe. Ma a gennaio non si raggiungono i 30 gradi e la passeggiata, lunga più di 3 kilometri, è incredibilmente piacevole ed interessante. Si passa davanti a particolari monumenti nazionali come l’Al-Ryam dedicato al commercio dell’incenso, a vecchie fortezze portoghesi e torri di guardia fino a raggiungere quella che è considerata la vera e propria città di Muscat. Il piccolo conglomerato è semplicemente la zona dove si concentrano tutti gli edifici pubblici e politici. Tra ministeri ed uffici della burocrazia locale spunta, letteralmente come un fungo bianco il palazzo del Sultano. Come spesso accade non si trova quasi mai li, ma in una delle sue tante dimore, in loco o all’estero. Il Sultano Qaboos al-Said è comunque molto amato e presente nel suo paese. Lo si trova spesso tra la gente “comune” dove, ogni anno, è prassi che passi circa un mese in tenda viaggiando per tutto il paese e dedicando tempo ai suoi concittadini, ascoltando e cercando di risolvere i problemi che la gente deve affrontare quotidianamente…
La città è praticamente deserta. Nessuno si vede ne nulla si sente. Ogni tanto una macchina rompe il silenzio, ma poi, dopo il lontano abbaiare di un cane, nascosto chissà dove, si torna ad ascoltare l’assurdo, almeno per noi, silenzio di una capitale. Una piccola costruzione attira la nostra attenzione. O forse è più la possente figura di un uomo di chiari tratti indiani ad incuriosirci. Quasi totalmente cancellata, l’insegna prospetta un preoccupante “Light Restaurant”…le opzioni non sono molte. O meglio, o qui o a digiuno prima di incamminarci per altri kilometri sotto il sole sulla via del ritorno. Audaci scegliamo il “Light”.
Non sorprende che l’uomo indiano copra qualsiasi posizione e mansione lavorativa nel locale. Ne è il direttore (come piace definirsi a lui), cuoco, responsabile e cameriere. Ma non proprietario. Ma forse un giorno chissà…
Scegliamo il posto a sedere. La scelta è libera. Ci possiamo accomodare ovunque vogliamo, essendo gli unici clienti. Stranieri poi…il mangiare è un buon mix tra piatti indiani ed arabi. Chiediamo le posate, e vista l’espressione del “direttore”, è evidentemente che sia una richiesta rara de queste parti…
Nel mezzo della nostra digestione le porte del Light Restaurant si aprono ed elegante entra un uomo. Il nostro uomo. Dopo i primi sguardi incuriositi partono le prime parole di avvicinamento. Chi siete, da dove venite, che ci fate qui…e le risposte concise vengono seguite dalle stesse domande rivolte all’altro, e cosi via si scivola pian piano in una piccola prima confidenza. I primi sorrisi, le prime battute, le prime risate. Facciamo così conoscenza con Salah. Funzionario del ministero degli esteri del Sultanato dell’Oman. Il suo inglese è ottimo. La sua disponibilità inaspettata ed il suo sorriso ,dai denti bianchissimi, è come un profondo taglio sulla sua pelle scura. Un fascino incredibile.
Come sempre accade non si capisce bene chi sia più incuriosito. Probabilmente questa volta siamo noi i più attenti e catturati dalla situazione. Non voglio dimenticare nulla di questo momento, ed una foto mi sembra scontata e troppo banale. Così prendo un foglio e con una piccola matita immortalo l’immagine che dalla finestra si apre ai miei occhi. Le secche rocce che contornano tutto il golfo di Muscat sono la cornice perfetta per racchiudere i miei ricordi. Ancora conservo quel foglio e quel disegno: un castello davanti a montagne aride, che nella mia immaginazione sempre rappresenteranno Salah, Michael ed il sottoscritto…
Le parole corrono più veloci del tempo. L’aria si fa densa di emozione e i sorrisi sinceri si tramutano in progetti. Con una classe quasi comparabile ad alcuni nobili dei tempi antichi, Salah, dopo essersi lavato le mani in una ciotolina piena d’acqua, paga il pranzo. A noi compresi. Non ci sono ragioni che voglia sentire, noi siamo nel suo paese e di conseguenza siamo suoi ospiti. Ancora una volta vivo sulla mia pelle uno degli aspetti più fortemente sentiti della cultura araba, l’ospitalità.
Dopo essersi congedato con l’educazione che lo contraddistingue dall’indiano cuoco-gestore, di cui mai sapremo il nome, Salah si propone di portarci in giro per la città sulla sua macchina per farci un po’ da guida ed un po’ da guardiano. La situazione ha già raggiunto il suo apice, la mia testa comincia a frullare domande. Le riordino e mi preparo a colpire.
Salah è una persona colta. E lo si capisce immediatamente da come affronta il tema sulla situazione palestinese: gli arabi tutti sono d’accordo sul ritenere Israele responsabile e carnefice, ma persone con una certa educazione come Salah riescono a vedere oltre all’odio e alla rabbia. Non condivide, se non come ultima risorsa, la violenza. Non si può rispondere ad un’aggressione con un’altra aggressione. Ma solo il dialogo, anche se fermi e duri sulle proprie posizioni, è l’unica arma utilizzabile. Peccato non sentire, trasformate in notizie, parole di questo genere in tv o sui giornali. Ma è la notizia giusta mostrare un arabo tollerante, con un pensiero diverso dalla politica di tanti paesi occidentali?...purtroppo no…
Salah sembra l’uomo più felice del mondo. Ci porta ovunque. Ci spiega come il paese e la sua gente vive: la loro profonda religiosità e le difficoltà di intrecciare il passato con il futuro che, anche qui, avanza inesorabile. Ci racconta come l’Islam dovrebbe affrontare il mondo che le viene incontro; con sincerità, con moderazione e con il dialogo. Ascoltare le parole di Salah è come sentire esattamente ciò che tutti noi vorremmo che i nostri rappresentati politici e religiosi dicessero. Poi si accende la tv o si sfoglia un giornale e ci si rende conto che tutto ciò che la gente comune dice e vuole rimane strozzate nelle nostre gole. Siamo muti per chi comanda, o forse sono loro ad essere sordi. Ma tra di noi ancora si può parlare, ci si può confrontare e capire…
La sera, fuori città, tra le macchine che sfrecciano veloci, ci sediamo ad un di quei bar tipici del medio oriente. La musica ancora una volta riempe il sottofondo, il fumo che esce dagli shisha ubriaca l’aria e le nostre parole sono per me l’esempio più bello della fratellanza fra uomini, della possibilità di scambiare idee e storie sui propri paesi con il solo fine di conoscersi e capirsi. Tutto ciò è la prova che c’è ancora la voglia di far funzionare le cose. La voglia di cambiare il marcio del mondo e la chiara consapevolezza di essere traditi da coloro che ci rappresentano.
Viaggiando in macchina nella notte stellata di Muscat, seduto nella parte posteriore dell’auto, mentre musica di chissà quale qui famoso, cantante arabo, riesco a trovare il mio momento, ideale per chiudere gli occhi e cercare di realizzare dove, con chi e cosa sto facendo. Attraverso le palpebre chiuse riconosco le luci colorate della Corniche, la musica accompagnata dalle voci e risate di Michael e Salah mi inebria… So che questo, dentro di me, sarà per sempre l’Oman. Paese di bellezze, musica e cultura. Il paese dimenticato e sconosciuto. Il paese di Salah, dove lenta scorre la sua storia, in cui un giorno incontrò due stranieri. E di questa sua storia vi ho raccontato, brevemente, la parte che ho conosciuto. Ma la sua storia continua…