Tè, teiere e Zen

C’è un qualcosa del tè che mi ha sempre affascinato. Dietro al semplice atto di berlo intravedo qualcosa di cerimoniale, di sacro e pacifico. In Italia, a casa, ne avevo sempre grandi scorte e da qualche tempo tenevo anche una collezione di teiere. Appena ricevevo ospiti offrivo sempre del tè. Ho imparato a berlo anni fa a casa della mia compagna di liceo coreana. Passavamo pomeriggi a bere tè e a giocare a scopone scientifico. Negli anni ho portato dentro questa passione, fino a ritrovarla poi in Asia, dove quasi tutte le culture lo bevono.

In ognuna porta un nome diverso, chai, black tea, chinese tea , kocha, ocha, cha. In India lo bevono in bicchieri di vetro e ci mettono latte e molto zucchero. Sull’Himalaya invece del latte lo mischiano ad una specie di ricotta di yak e lo bevono in tazzine di ceramica prive di manico. In Cina lo usano in qualsiasi occasione e in ogni momento. Non vi è luogo dove non si scorgano tazze, un bollitore ed una teiera. Indifferentemente dalle stelle di un albergo, sul comodino vicino al letto vi è sempre tutto l’occorrente per preparare una tazza di tè. Al ristorante non servono acqua ma tè ed appena si svuota il bicchiere ecco che appare la cameriera a riempirlo. Nei negozi, se uno si sofferma a guardare per più di pochi minuti, ti offrono una tazza di tè. In Cina il tè è caldo, è amaro e fa fare tantissima pipì. Volgarmente conosciuto come tè verde, il tè cinese appare in più di mille tipi diversi. Ogni tipo corrisponde ad una foglia ed ogni foglia viene invecchiata in maniera diversa. Vi sono tè che valgono qualche dollaro al pacchetto, altri che ne valgono centinaia. Ci sono anche dei tè ricavati da radici, ognuno con le proprie proprietà. Anche le teiere hanno le loro differenze che si suddividono in qualità, prezzo e costruttore. Ci sono teiere fatte a mano e teiere fabbricate a macchina. Ci sono “teieristi” famosi e fabbriche rinomate, tutte circostanze che incidono sul prezzo.

di Gianrigo Marletta

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