di Gianrigo Marletta

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La canna dell’Ak-47 mi è stata puntata alla faccia dopo quattro ore ininterrotte di viaggio, a bordo delle due ruote traballanti, sulle strade fatte di sabbia e sassi. Più che strada sarebbe corretto definirla sentiero, un sentiero che taglia a metà una vegetazione arida e bruciacchiata conficcata in un deserto di sabbia rossa. La canna dell’AK-47 mi è stata puntata alla faccia all’arrivo presso il cancello del monastero. Non avrei mai immaginato di trovarmi già in territorio dell’esercito Shan, convinto com’ero che prima ci saremmo imbattuti in uno o più posti di blocco della SPDC. Per l’occasione avevamo comprato due bottigliette di rum destinate a corrompere i soldati in cambio di un lascia passare. Ma nessuna sbarra o transenna di filo spinato, nessun posto di blocco dell’esercito birmano a frenare la nostra corsa. Eravamo “dentro” e il viaggio mi aveva condotto dritto verso la canna dell’AK-47.

Saigon, che aveva preso la missione molto seriamente, trattandosi della sua gente, aveva in precedenza contattato un suo amico d’infanzia, monaco, il quale ci stava aspettando sul ciglio della strada appena dieci chilometri dall’albergo. Fortunatamente aveva con sé un motorino e questo ci portò a viaggiare comodamente in coppie per le restanti quattro ore. Il monaco pronunciò poche parole e quella canna dell’AK-47 di tolse dalla mia faccia diventando lo strumento con cui la sentinella, un ragazzino di tredici anni, ci fece segno di benvenuto. Eravamo dentro! L’eccitazione indescrivibile. Grazie ad una combinazione di eventi, calcolati e casuali, ero finalmente entrato nel campo della SSA. Nessuno ci è mai venuto, questa frase me l’hanno ripetuta cento volte, è la prima volta che dei bianchi occidentali mettono piede qui.

Guarda il reportage fotografico di questa storia.http://vagabondreporters.com/photo%20slide%203/Shan%20Army.html